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Per anni l’Italia, un po’ per una sorta di esterofilia congenita, un po’ perché il modello, effettivamente, si è rivelato a lungo vincente, ha sempre guardato alla Francia del vino con un misto di ammirazione e di invidia. Nonostante il fatto che in poche decadi, su tanti mercati del mondo, il Belpaese, grazie soprattutto al lavoro dei produttori che hanno puntato su qualità e territorialità, ha colmato il gap che i transalpini avevano costruito nei secoli, pur esportando, ancora oggi, ad un prezzo medio decisamente inferiore di quello del vino francese. Proprio dalla Francia, riferisce il sito Winenews.it, però, un po’ a sorpresa, arriva un grande elogio dello Stivale enoico. «La piccola Italia è finita. L’Italia del vino ha tutto di una grande», scrive nel suo editoriale la rivista «Vitisphere», punto di riferimento dell’informazione enoica francese. Che, se da un lato bacchetta un pò la rigidità della Francia, e una storica preferenza per un rigore, che, oggi, ha portato il Paese «a non poter più creare vigneti per vini da tavola», e che per sopperire alla carenza di materia prima per questa tipologia di prodotto ha importato nel 2013 4,5 milioni di ettolitri di vino sfuso dalla Spagna, vedendo così la propria offerta «limitata» ai soli vini Dop e Igp (escludendo così una grande fetta di mercato), dall’altro elogia l’eterogeneità dell’Italia, che ha fatto bella mostra di sé a Vinitaly. «Se c’è un Paese in cui la viticoltura è davvero »plurale«, quello è l’Italia – scrive Vitisphere – ogni Regione mette in evidenza i suoi vini (lo fanno tanto i viticoltori quanto i commercianti), ma anche il turismo (agriturismo), i Parchi naturali (la tutela dell’ambiente è il leitmotiv di tutti gli espositori), la sua agricoltura, che integra la coltivazione della vite (con oliveti, pascoli per la produzione di formaggi, specialità alimentari …)».

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