Studi e Ricerche

Dall’indagine UniCredit-Nomisma presentata durante la prima giornata della manifestazione Vinitaly è emerso che le imprese rappresentano un asset strategico per il valore della filiera vitivinicola italiana. Negli anni si sono evolute per rispondere alle continue sfide del mercato, generando valore non solo per sé stesse ma anche per i territori in cui sono inserite. Il record “sfiorato” degli 8 miliardi di euro di export del 2022 è il risultato di un riposizionamento qualitativo del portfolio vini venduti oltre i confini nazionali che in dieci anni ha visto scendere i volumi di vino sfuso dal 31% del 2012 al 19% del 2022 e contestualmente crescere quelli di spumanti dal 9% al 24%. Nello stesso tempo, l’export del vino italiano è cresciuto – a valore – di quasi l’80% verso i mercati del Nord America e dell’Asia, riducendo così il peso di quelli europei, più “facili” da raggiungere ma spesso meno profittevoli.

Oltre a questo e a indubbi investimenti sulla qualità finale del prodotto, ad un maggior presidio diretto dei mercati, ad una miglior segmentazione/differenziazione e a strategie multicanale, il prezzo medio all’export del vino italiano è aumentato di oltre il 60%, con punte superiori nel caso dei rossi fermi toscani e piemontesi.

Tali sforzi portati avanti dai produttori hanno permesso un posizionamento più alto per il vino italiano che oggi ci pone, rispetto ai competitor, a +60% nel prezzo medio all’export rispetto al vino spagnolo e +39% nei confronti di quello cileno. Ma è il -40% rispetto a quello francese (purtroppo la stessa differenza di dieci anni fa) che ci ricorda come non ci si debba cullare sugli allori.

I gap da chiudere sono diversi. Per alcune regioni vinicole il peso dei vini generici (la tipologia che nelle vendite in GDO ha perso più del 15% a volumi in appena 5 anni) è ancora elevato: rispetto ad una media nazionale del 28% calcolata sulla produzione totale in quantità, arriva oltre il 40% in Emilia Romagna e Abruzzo e supera il 60% in Puglia.

E se le imprese del Sud Italia sono quelle che hanno mostrato una maggior dinamicità nell’export dell’ultimo decennio (quelle di Abruzzo, Puglia e Campania in particolare con crescite tra l’80% e il 100% rispetto ad una media nazionale del 65%), sono invece quelle del Centro-Nord ad evidenziare un maggior attivismo sui social per accrescere awareness e brand reputation presso i consumatori: il 64% delle imprese (tra le top 500 per fatturato) che utilizzano almeno 4 social (facebook, instagram, twitter e linkedin) sono situate al Nord, con quelle del Piemonte, Veneto e Trentino Alto Adige a vantare tra i 10 e i 16 mila followers medi per azienda, anche se il record spetta alle imprese vinicole toscane con quasi 37 mila followers.

L’assessment

Il percorso di assessment che ha individuato i best ambassador del vino italiano ha preso in considerazione oltre 90 indicatori ottenuti attraverso l’analisi dei bilanci aziendali, dei siti web e delle principali guide di settore nonché dalla somministrazione di un questionario rivolto alle aziende che hanno partecipato alla valutazione (circa 150). Tali indicatori hanno riguardato diversi ambiti collegati al posizionamento di mercato, all’internazionalizzazione, agli investimenti in sostenibilità e digitalizzazione, alla premiumisation dei propri vini, ad interventi per la valorizzazione sociale e territoriale, allo sviluppo della brand reputation.

 

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