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Poco alcolici, briosi, fruttati. I vini frizzanti si riprendono la scena, e vivono un momento d’oro in particolare sui mercati esteri dove il Lambrusco corre veloce. Mentre i vini frizzanti bianchi secchi aromatici sono sempre più apprezzati nei cocktail e nel mondo del bere miscelato. Si tratta, precisa il presidente dell’Osservatorio economico Ovse-Ceves Giampietro Comolli, di «una produzione made in Italy che in totale raggiunge le 410 milioni di bottiglie, di cui 220 milioni vanno all’export per un fatturato di circa 400 milioni euro. Il valore totale alla produzione è di 790 milioni di euro e rappresentano l’8% del valore e il 14% dei volumi esportati. Soprattutto all’estero i vini frizzanti italiani non sono considerati di serie B».

Lungo la penisola inoltre la biodiversità varietale aiuta a produrre tanti vini frizzanti, con una impronta territoriale. L’Emilia, la Romagna, il Veneto, il Piemonte e la Lombardia, precisa ancora Comolli, «sono le regioni più antiche nella produzione, più produttive e anche quelle dove si consumano di più. Era il vino fatto in casa sia dai viticoltori che dai consumatori che imbottigliavano a inizio primavera il vino acquistato in damigiane. Una tradizione e un consumo che segue il percorso del fiume Po, segue l’arte culinaria delle paste ripiene, delle torte salate, dei salumi freschi, dei formaggi a grana dura, delle torte fritte. E quindi ideali sulla tavola e nei picnic di Pasqua e Pasquetta. Sia bianchi che rossi sono vini sempre freschi, giovani, profumati, poco alcolici, e mossi.

Sono vini di cultura territoriale. Così il Lambrusco in tutte le versioni e la Glera (oggi, una volta il Prosecco), Garganega e Verduzzo, Moscatello e Malvasia, Gutturnio e Fortana, Brachetto e Sangiovese, Trebbiano e Ortrugo, Bonarda e Cortese tanto per citare i più antichi. Ma oggi anche il Riesling, Montepulciano, Controguerra, Erice, Salento, Vermentino in nuove aree produttive».

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