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"Il Nutri-Score è basato su dati scientifici e non penalizza i prodotti italiani". La discutibile affermazione è del professor Serge Hercberg, che ha contribuito in Francia allo sviluppo dell'etichetta nutrizionale. Il sito Linkiesta lo ha intervistato: riportiamo l'esito del colloquio.

Hercberg, però, è sicuro dell’affidabilità del suo meccanismo. «Più di cinquanta pubblicazioni scientifiche dimostrano l’efficacia del Nutri-Score per i consumatori, con analisi realizzate su una grande platea di persone in una ventina di Paesi». Secondo l’accademico, sono tante le prove che dimostrano la superiorità sugli altri metodi di etichettatura alimentare. «Per me e i miei colleghi, ogni decisione relativa alla sanità pubblica deve basarsi sulla scienza: se oggi scoprissimo un sistema più utile, non esiteremmo ad abbandonare il Nutri-Score». .

«Il Nutri-Score non tiene conto dell’origine degli alimenti: se un prodotto ha una D o una E è perché è ricco di grassi saturi e sale. Salumi e formaggi francesi non sono classificati meglio di quelli italiani. Anzi, a ottenere un punteggio più alto nell’etichetta sono due specialità italiane, mozzarella e ricotta». Un discorso da applicare anche alla discussa proposta di una F nera per gli alcolici, visto che «la Francia è un grande produttore di vino tanto quanto l’Italia».

I limiti del Nutri-Score
Il Nutri-Score, però, non tiene conto nella sua classificazione del livello di lavorazione di un prodotto, né dell’eventuale presenza di additivi o della qualità delle materie prime. «Certo questo è un limite - dice Hercberg - ma lo è per tutti i loghi di questo tipo, che segnalano soltanto la composizione nutrizionale, compreso il NutrInform». 

Cruciale per la comprensione dell’etichetta è capire che non indica quanto un alimento sia salutare in toto, ma quanto equilibrata è la sua composizione nutrizionale. E non sempre i due concetti coincidono: «Esistono diversi parametri su cui basare l’analisi del cibo. Bisognerebbe sempre guardare la lista degli ingredienti, prediligere prodotti poco trasformati, con meno additivi e conservanti possibile. Il Nutri-Score non considera queste dimensioni, serve solo a paragonare tra loro alimenti intercambiabili, come gli oli, i biscotti o i cereali per la colazione: alcuni sono migliori di altri sul piano nutritivo». Non bisogna attendersi altro, spiega il professore, dall’etichetta, che comunque in Francia potrebbe avere presto un bordo colorato di nero per evidenziare gli alimenti ultra-trasformati.

Pur ammettendone le limitazioni, Serge Hercberg difende l’impatto dell’uso del Nutri-Score sulla salute dei cittadini: «Uno studio condotto su 160mila persone di dieci Paesi diversi, monitorate per 15 anni, ha mostrato che il semplice fatto di mangiare elementi classificati meglio dal punto di vista nutrizionale riduce il rischio di cancro. Che si abbassa ulteriormente quando si consumano alimenti non lavorati o provenienti da agricoltura biologica». Queste informazioni, tuttavia, non si riferiscono alla componente strettamente nutritiva. Hercberg non nega che l’uso di pesticidi nella coltivazione o la presenza di additivi in un alimento giochino un ruolo importante, ma rimarca la separazione dai dati nutrizionali: «Magari un giorno si troveranno altre soluzioni, come quella di proibirli direttamente».

Troppi simboli sull’etichetta
Al momento, invece, è il consumatore che deve informarsi su origine e modalità di produzione di ciò che compra, spesso in un periodo di tempo limitato e sommerso dalle informazioni presenti sulla confezione. Uno dei rischi di un’etichetta immediata come il Nutri-Score è infatti quello di «oscurare» altri simboli rilevanti per la scelta, come la foglia su sfondo verde che indica i prodotti biologici o i marchi di Denominazione di origine protetta (Dop)Indicazione geografica protetta (Igp) o Specialità tradizionale garantita (Stg). «L’informazione essenziale va data, ma bisogna limitare il numero di loghi per non creare confusione nell’acquirente. Alcuni sono in realtà delle operazioni di marketing, come quelli apposti sui “prodotti dell’anno”».

Sicuramente, la comunicazione sul tema va accompagnata da una solida educazione alimentare. «Il consumatore deve capire ciò che legge. Una tavoletta di cioccolato sarà  sempre un alimento molto grasso e zuccherato, ma se si decide di mangiarla comunque, magari è più salutare sceglierne una biologica. Così come per salumi e formaggi è meglio privilegiare le indicazioni di origine protetta».

Ma soprattutto, sottolinea Hercberg, bisogna ricordarsi che il Nutri-Score è un elemento informativo e non demonizza il cibo: non proibisce di mangiare determinati, ma suggerisce di consumarli in quantità ragionevoli e non troppo spesso. «Il nostro compito è dare un’informazione, poi ogni consumatore decide se seguire questi consigli o se affidarsi a valutazioni che ritiene più importanti al momento dell’acquisto. Sui social network ogni tanto qualcuno mi scrive che se ne frega del Nutri-Score. È un suo diritto». I nutrizionisti, del resto, «non sono ayatollah, che vogliono impedire alla gente di mangiare con gusto e sostituire il loro piatto preferito con degli spinaci al vapore». E anche Serge Hercberg, di tanto in tanto, si concede un bicchiere di vino, un pezzo di cioccolato o una fetta di torta. L’importante, ribadisce, è sapere che non bisogna esagerare

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