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La minaccia alle nostre denominazioni (ultima la vicenda del Prosek croato); le difficoltà logistiche legate all'aumento dei noli; i rischi di una penalizzazione fiscale - e non solo - legati alle nuove politiche comunitarie e internazionali volte a ridurre gli effetti dell'abuso di alcol. Questi i temi dell'intervista alla presidente di Federvini Micaela Pallini sui quotidiani Qn che riportiamo integralmente.

Periodo di vendemmia: un'occasione per puntare lo sguardo alle prospettive future del mercato globale del comparto vini-spiriti-aceti, nel quale l'Italia gioca da protagonista pur dovendo affrontare più di una minaccia. II settore esce da un lungo periodo difficile e prova a rialzare la testa. I lockdown hanno inciso drasticamente sui consumi e in particolare sulle vendite attraverso il canale Ho.Re.Ca. (ristoranti, ospitalità), solo parzialmente compensate dalle vendite attraverso Gdo ed ecommerce. La mancanza di eventi promozionali in presenza, nonché il venir meno di importanti appuntamenti di settore, uno tra tutti il Vinitaly, il più importante appuntamento fieristico del settore, hanno aggravato uno scenario già molto complesso. Ma, come spiega Micaela Pallini, eletta lo scorso 25 maggio presidente di Federvini, l'associazione confindustriale del settore, la ripresa è già cominciata. 

Presidente Pallini, proviamo a tracciare un primo bilancio dell'anno e a guardare avanti a partire dalla vendemmia in corso. Come sta andando? 

«Complessivamente bene, non tanto sotto il profilo delle quantità, in flessione rispetto al 2020, ma soprattutto sotto il profilo della qualità. In prospettiva guardiamo con attenzione alle evoluzioni climatiche che quest'anno hanno avuto un impatto pesante in Francia ma per fortuna molto meno in Italia». 

E sul mercato? 

«Sul quello interno registriamo l'effetto della parziale ripresa del turismo e della riapertura dell'Ho.Re.Ca., con il ritorno della dimensione conviviale dei consumi di cui vino e bevande spiritose sono componente importante. Sui mercati internazionali, nel primo semestre dell'anno le esportazioni sono tornate a crescere con tassi a doppia cifra: +16% per vino e mosti e + 26% per acquaviti e liquori, con segnali particolarmente forti da parte di mercati quali Stati Uniti, Cina e Russia». 

Tassi di crescita rilevanti anche se rispetto a un anno difficile come il 2020: sono sufficienti a guardare al futuro con ottimismo? 

«C'è ottimismo insieme con la speranza di essersi lasciati alle spalle le fasi acute della crisi che ha colpito duramente anche il nostro settore ma c'è anche grande attenzione a dinamiche che riguar dano i mercati e la legislazione internazionale. Sono molte le sfide che ci attendono, in particolare nel tutelare le nostre denominazioni e indicazioni geografiche: basti pensare al controverso tentativo della Croazia di registrare la denominazione Prosek. Stiamo poi subendo un aumento vertiginoso dei costi di trasporto e di logistica, un problema molto serio per i nostri produttori che sono dei fortissimi esportatori. E non finisce qui...». 

Quali altre minacce incombono? 

«A livello comunitario si sta definendo il piano d'azione Europe Beating Cancer e a livello globale il piano d'azione dell'OMS finalizzato a dare impulso alla Global Strategy on Alcoholics del 2018. Iniziative che giudichiamo molto positivamente nelle loro finalità di tutela dalla salute ma che riteniamo carenti in una loro impostazione di fondo che è invece fondamentale». 

Quale? 

«Secondo le bozze circolate, e sulle quali sono chiamati a intervenire anche i rappresentanti italiani al Parlamento europeo e in seno all'Oms, non si fa chiara distinzione tra consumo moderato e abuso di alcolici, finendo per introdurre obiettivi e misure che colpiranno qualsiasi tipo di consumo, fino al bicchiere di vino o all'amaro durante i pasti». 

Dovremo rinunciare o ridurre al minimo il bicchiere di vino ai pasti perché così vuole l'Europa? 

«Sia la Commissione europea sia l'Oms sembrano intenzionati a fissare un obiettivo globale di riduzione di consumo di alcolici, fino al 20%, e a introdurre, per raggiungerlo, una serie di misure tra le quali un aumento della tassazione». 

Temete l'impatto sul comparto di nuove misure fiscali? 

«Siamo estremamente preoccupati perché si prefigurano proposte come l'aumento delle accise, l'introduzione di tasse di scopo in maniera indiscriminata, senza alcuna differenza di Paese, cultura e livelli di abuso di alcol, fino alla previsione di un minimum price level) per tutte le bevande alcoliche. L'impatto sarebbe non solo sui produttori ma sull'intera filiera: coltivazione, produzione e distribuzione. Nella sola Europa parliamo di centinaia di migliaia di imprese e milioni di lavoratori e in Italia parliamo di un settore trainante per l'export agroalimentare che rappresenta un patrimonio economico, sociale e culturale di immenso valore per il nostro Paese. Non dobbiamo infine dimenticare che i nostri consumatori, la stragrande maggioranza dei quali con abitudini di consumo perfettamente in linea con le buone pratiche nutrizionali, si troverebbe a pagare prezzi maggiorati». 

Che cosa proponete come Federvini? 

«Torno a ripetere che come Federvini siamo convinti assertori della necessità di combattere il consumo dannoso ma al contempo siamo altrettanto convinti che per questo la via maestra da seguire sia l'educazione al consumo moderato e consapevole, all'interno di uno stile di vita sano e nell'ambito della dieta mediterranea riconosciuta dallo stesso Orna come esempio virtuoso. Bene quindi combattere con decisione contro ogni forma di abuso ma occorre agire soprattutto attraverso l'educazione e la prevenzione, incoraggiando un approccio responsabile. Tema questo su cui l'Italia vanta un primato appena riconosciutoci da Eurostat: ultimi nell'abuso, segno che stile di vita e alimentazione equilibrata siano soluzioni ben più efficaci di fiscalità e proibizionismo».

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