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Ricavi dimezzati e rischio di shopping delle nostre imprese dall'estero. Sono alcuni dei rischi evocati dal mondo degli spiriti italiani in un'intervista a Repubblica, che riportiamo integralmente.

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La tempesta perfetta dei dazi e del Covid ha travolto e messo sull’orlo del ko uno dei settori più promettenti del made in Italy della tavola: quello dei liquori. Limoncello, sambuca, amaretto, mirto, bargnolino e il mondo emergente degli amari tricolori avevano vissuto un 2019 d’oro: “Le esportazioni del settore erano cresciute molto, con un +50% negli Usa dal 2014. Eravamo sbarcati in nuovi mercati, persino l’Italia aveva ripreso a darci qualche soddisfazione” ricorda con nostalgia Micaela Pallini, presidente del gruppo spiriti di Federvini e ad della storica azienda che produce mistrà, sambuca e limoncello. Poi è arrivato il drammmatico uno-due: “A ottobre Donald Trump ci ha punito con dazi del 25% per la querelle Boeing-Airbus con cui noi non c’entriamo niente – spiega –. E a ruota il tornado della pandemia con la chiusura di bar e ristoranti”. Stop agli aperitivi. Basta dopocena con bicchierino di amaro con gli amici causa lockdown. Risultato: Il mondo dei liquori italiani – 320 aziende (di cui l’80% piccole realtà familiari) che tra accise, tasse e Iva versano 2,5 miliardi l’anno allo stato – “chiuderà il 2020 dimezzando i ricavi – calcola Pallini – è si ritroverà tra due anni con volumi inferiori del 20% rispetto all’era pre-Covid”.

Il coronavirus non ha risparmiato nemmeno i grandi nomi del dopocena nazionale. “Ci siamo fermati tutti – conferma Leonardo Vena ad dell’Amaro Lucano -. Noi puntavamo a portare il nostro export dal 15% del giro d’affari al 33% in tre anni. Obiettivo ora difficile”. “Negli Usa stavamo tenendo malgrado i dazi – aggiunge Marco Ferrari, numero uno dell’Amaro Montenegro –. Il nostro settore è abituato ad affrontare spesso tempeste esogene come queste. Ma la pandemia è di gran lunga superiore a qualsiasi altra sfida e anche noi vedremo scendere i ricavi fino al 25%”. Nessuna sorpresa: bar e ristoranti pesano quasi per il 60% dei consumi dei grandi liquori italiani. I 500 milioni di export annui (l’Italia è al secondo posto nel mondo nel comparto dopo la Germania) sono destinati a calare. “E l’estate senza turisti sarà un altro colpo durissimo” è certa Pallini.

A oggi oltretutto - al netto della cassa integrazione – dallo stato è arrivato ben poco aiuto. “Da Roma ci serve in realtà poco, solo misure di equità a costo quasi zero per lo stato – dice Pallini -. Lo spostamento in avanti del versamento delle accise l’abolizione del contrassegno sul tappo, misura antica, per noi molto costosa e del tutto inutile perché l’agenzia delle dogane sa già tracciare benissimo le bottiglie. Poi dovrebbero defiscalizzarci la produzione per l’esportazione”. “Un aiuto potrebbe arrivare anche togliendo Imu e Tasi sugli stabilimenti produttivi e lanciando subito un piano per promuovere il made in Italy all’estero – dice Vena -. Le nostre sono aziende con storie da raccontare, Amaro Lucano, per dire è alla quarta generazione. Abbiamo tradizioni e radici da raccontare e specie negli Usa questo fattore potrà aiutarci a ripartire”

“Il vero problema dei prossimi mesi è se terrà l’intero comparto. Quanti bar e ristoranti non riusciranno a riaprire”, dice Ferrari. “Per loro servono misure chiare subito” aggiunge Pallini. Poi i liquori italiani potranno provare a risalire la china e recuperare il terreno perduto, sperando che nessuno ne approfitti all’estero:  “Il nostro dramma è che non siamo nemmeno protetti da tutele e denominazioni di origine – conclude Pallini-. L’ouzo si può fare solo in Grecia, il cognac può arrivare solo da una determinata zona di Francia. Invece limoncello, sambuca, amaretto  e fernet sono nomi che può usare chiunque”. "Il rischio, se la crisi continuerà, è che nel nostro settore qualcuno ceda alle sirene estere e ceda l'azienda ai big stranieri", dice Vena. Lasciandoci senza nemmeno un amaro tricolore con cui consolarci.

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