Studi e Ricerche

L’annuale indagine Confindustria sulle condizioni dell’occupazione nelle imprese associate, svolta nei primi mesi del 2021, fornisce per il 2020, l’anno della pandemia, informazioni su struttura dell’occupazione e politiche aziendali di gestione del lavoro nelle aziende associate. L'indagine si è svolta su un campione di quasi 5mila aziende che occupano oltre 800mila lavoratori.

Secondo la rilevazione condotta tra febbraio e aprile 2021, meno di un terzo del campione delle aziende associate (30,4%) dichiara di non aver registrato nel 2020 perdite di fatturato rispetto al 2019, mentre il 40% ha registrato una perdita di non oltre il 20%. Il restante 30% circa di imprese si scompone in un 22% che ha registrato nel 2020 ricavi in diminuzione di una percentuale compresa tra il 20 e il 50% e un 7,6% che ha sofferto una perdita di oltre il 50% rispetto all’anno precedente.

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E’ diminuita l’occupazione maschile, in particolare nelle piccole imprese e per gli occupati a termine

Nel corso del 2020 l’occupazione dipendente complessiva nelle imprese associate a Confindustria si è ridotta dello 0,7%, sintesi di un calo dello 0,5% nelle imprese dell’industria e delle costruzioni e dell’1,4% nel settore dei servizi. Il calo coinvolge in particolar modo le imprese più piccole, con meno di 15 dipendenti (-7,3%), mentre è lieve nelle imprese con più di 100 dipendenti (-0,4%) e, addirittura, non è rilevato nella classe dimensionale media che fa registrare un aumento (+0,3%).

Nelle imprese associate, nel corso del 2020, l’occupazione della componente maschile risulta in calo dello 0,9%, mentre è lievemente cresciuta l’occupazione femminile (+0,3%).

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Rispetto alla tipologia contrattuale, tiene l’occupazione a tempo indeterminato (+0,7% nell’anno), che risulta quella di gran lunga più diffusa nelle imprese associate (il 94,4% dei dipendenti è impiegato con tale contratto). Crolla il numero di occupati a tempo determinato (-17,4%), soprattutto nelle piccole imprese (-35,9%), mentre gli apprendisti fanno segnare in media -4,2% (addirittura in crescita nelle piccole imprese, +7%).

Ampio l’utilizzo degli ammortizzatori sociali

Tra gli strumenti che hanno consentito di limitare l’impatto della crisi pandemica sull’occupazione (quanto meno su quella a tempo indeterminato) vi sono gli ammortizzatori sociali: CIG ordinaria e in deroga e l’assegno ordinario di integrazione salariale. Sono stati impiegati dal 71,5% delle imprese associale, in particolare nel settore industriale (74,8%). La gran parte delle imprese (il 46,2%) ha utilizzato tra 1 e 9 settimane di trattamenti, circa un quarto (25,5%) tra 10 e 18 settimane, il 28,3% oltre 18 settimane.

Turnover del lavoro più alto nei servizi

Come nelle precedenti edizioni, anche quest’anno l’indagine misura il turnover in entrata e in uscita. Innanzitutto, le imprese con turnover nullo (ovvero le imprese che, sulla base dei dati indicati nel questionario, non hanno registrato né entrate né uscite di personale) sono state il 27,7% del campione complessivo.

Il tasso di turnover complessivo (la somma di lavoratori assunti e cessati sul totale dell’occupazione a fine 2019) è risultato pari al 20,2% nella media del campione analizzato. Il turnover è decisamente più alto nelle imprese dei servizi (22,8%) rispetto all’industria (18,5%) e incide soprattutto nelle imprese piccole (21,2% nelle imprese con meno di 15 addetti mentre è 19,7% e 20,3%, rispettivamente in quelle medie e grandi). Il turnover in uscita è pari al 10,2%, mentre quello in entrata è pari al 10%.

Le politiche aziendali e l'uitlizzo dello smart working

L’emergenza sanitaria ha costretto nel 2020 molte imprese ad adottare, in tempi brevissimi, una organizzazione del lavoro “agile” con un ampio ricorso al lavoro da remoto che le persone, anche a causa del lockdown, hanno dovuto svolgere dal proprio domicilio.

L’Indagine Confindustria sul lavoro condotta a inizio 2021 rivela che prima della pandemia lo smart working era già presente nel 12,4% delle imprese che hanno risposto e coinvolgeva il 14,2% dei lavoratori. In particolare, questa modalità di lavoro era maggiormente presente nei servizi, anche per la natura stessa dell’attività: il 16% delle imprese utilizzava questa forma di lavoro contro il 10,4% nell’industria in senso stretto, coinvolgendo rispettivamente il 16,2% e il 13,1% dei lavoratori. Per le imprese più grandi (oltre 100 addetti) la quota sale di molto: un’impresa su quattro utilizzava lo smart working già prima della pandemia contro il 13,3% delle medie imprese e il 9,5% delle piccole (sotto ai 10 addetti).

Per il 75% delle imprese associate lo smart working era regolato solo da contratti individuali; per un altro 20% a questi si accompagnava anche un regolamento aziendale che disciplinava il lavoro in remoto, mentre solo per il 4,6% delle imprese il lavoro agile era regolato anche con la contrattazione aziendale.

Cosa è successo con la pandemia?

Durante le fasi acute della crisi sanitaria il lavoro agile è stato elemento fondamentale per continuare l’attività e ancora oggi è un fattore importante per contenere i contagi sui posti di lavoro. Nel 2020 due imprese associate su tre hanno fatto ricorso allo smart working (66,8%), che ha coinvolto quasi il 40% dei dipendenti. Nei servizi lo hanno utilizzato il 73,4% delle imprese, nell’industria al netto delle costruzioni il 64,2%.

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Cosa succederà in futuro?

Quando l’emergenza sanitaria sarà superata, i lavoratori e le imprese molto probabilmente non torneranno indietro – non del tutto, almeno – e assisteremo anche in Italia a un incremento delle possibilità di svolgere il lavoro in remoto rispetto al pre-crisi. In questo senso va letto il Protocollo nazionale sul lavoro in modalità agile, sottoscritto da Confindustria e dalle altre principali associazioni datoriali e sindacali, alla presenza del Ministro del lavoro. Con l’obiettivo di favorire la diffusione di tale modalità di organizzazione del lavoro, è di particolare importanza la richiesta, formalizzata nel Protocollo, di introdurre urgenti misure di semplificazione del regime delle comunicazioni obbligatorie relative all’invio dell’accordo individuale che seguano le stesse modalità del regime semplificato attualmente vigente.

D’altronde, lo smart working “d’emergenza” ha fatto superare molti pregiudizi, ed è stata l’occasione per migliorare le competenze digitali e ripensare molti processi aziendali. Questo è confermato anche dalle opinioni e intenzioni raccolte presso le imprese tramite l’indagine Confindustria: più di un terzo dei rispondenti hanno dichiarato che manterranno lo smart working anche dopo l’uscita dalla pandemia. Questa quota sale al 41,1% per le imprese dei servizi; più bassa, invece, come prevedibile dato il tipo di attività, la percentuale nell’industria in senso stretto (31,1%).

Quali sono i cambiamenti da fare per adottare in maniera strutturale lo smart working?

Un lavoro (più) agile porta con sé anche dei rischi, che possono essere legati a barriere/ritardi tecnologici, al mantenimento di una adeguata work-life balance e alla necessità di strategie manageriali e di gestione del personale adeguate, tali da garantire un buon flusso dell’informazione (soprattutto di tipo “soft”) e una ripartizione adeguata dei carichi di lavoro; si dovrà anche fare in modo che le attività più innovative non vengano sacrificate rispetto a quelle più routinarie. Le imprese che intendono mantenere lo smart working dopo la pandemia sono consapevoli che ci saranno dei cambiamenti da attuare nella dotazione di capitale fisico, nell’investimento in competenze e nella struttura organizzativa della propria impresa. In particolare, tra quelle che hanno dichiarato che utilizzeranno in maniera più diffusa e/o più strutturale questa forma di svolgimento del lavoro rispetto al periodo pre-Covid, il 39,5% pensa che dovrà fornire ai propri dipendenti attrezzature e piattaforme ICT adeguate al lavoro a distanza. Sarà importante anche formare i dipendenti per rafforzarne le competenze tecniche digitali (23,8%) e trasversali (26,1%). Più della metà delle imprese (56,6%) pensa sia fondamentale richiedere la presenza in azienda in determinati giorni e, anche per questo, riorganizzare gli spazi (28,8%).

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Per massimizzare i vantaggi dello smart working le imprese dovranno adottare policy organizzative e gestionali nuove. Questo le imprese lo sanno, anche se ancora li considerano investimenti meno importanti rispetto ad altri citati: meno di una su cinque dichiara di dover investire per formare i manager per rafforzarne le competenze trasversali e poco più di una su dieci intende introdurre/espandere sistemi di valutazione e incentivazione del personale.

Una su tre aziende associate con contrattazione aziendale

Tra le imprese che hanno partecipato all’ultima indagine, oltre un terzo (il 34,4%) ha dichiarato di applicare un contratto aziendale. Gli accordi sono molto più diffusi nelle grandi imprese (69%) rispetto alle piccole (24,8%). Tale distribuzione del grado di copertura si riflette sulla percentuale di lavoratori coperti da un contratto aziendale nel campione complessivo, che infatti è più alta rispetto alla quota di imprese (64,7%).

Tra le materie regolate nei contratti aziendali, in primis, l’orario di lavoro: oltre la metà dei contratti attivi lo regola (53,4%). Nell’anno della pandemia, è interessante notare che il 44,5% dei contratti aziendali contenga previsioni relative ai protocolli di sicurezza. Tra le materie regolate più ricorrenti vi sono, inoltre, il premio collettivo di risultato (42,9%), la conciliazione vita-lavoro (37,6%), la formazione aggiuntiva rispetto a quella prevista dal CCNL o dalla legge (34,1%), mentre il welfare aziendale è regolato in tre accordi su dieci.

 

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