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La buona notizia è che l'annata sembra ottima. E abbondante. Quella meno esaltante riguarda la remunerazione del vino. Che ancora oggi sconta difficoltà e una serie di malintesi sulla catena del valore. A questo proposito di seguito riportiamo l'interessante intervista a Renzo Cotarella pubblicata da Agrisole-Il Sole 24 Ore, a cura di Giorgio Dell’Orefice.

«Nei giorni scorsi all'aeroporto di Fiumicino volevo al bar una bottiglia di acqua minerale, mi hanno chiesto 3,7 euro. E al mio stupore il barista ha replicato: “può anche prendere quella da mezzo litro, costa 2,5 euro”. Dal canto mio ho pensato che in entrambi i casi eravamo, per dell'acqua minerale, ben al di sopra di quanto viene pagato il vino che spesso, nei mercati all’ingrosso, non arriva a un euro al litro. E in tutto questo in Italia, dalla grande distribuzione, arrivano richieste, in presenza di un'annata abbondante, di ridurre ancora di più i prezzi. Così non andiamo da nessuna parte».

È sconsolato Renzo Cotarella, amministratore delegato di Antinori,(azienda che conta un fatturato consolidato di 220 milioni di euro, 180 legati solo al vino e oltre 20 milioni di bottiglie prodotte l'anno) nel commentare le richieste giunte di recente da alcune catene della grande distribuzione organizzata, in presenza di una vendemmia prevista in crescita di circa il 20%, di una limatura ai listini. Una richiesta che riaccende all'interno della filiera vitivinicola, spesso percepita tra i segmenti agricoli come quella a maggior valore aggiunto, un dibattito sulla catena del valore di solito più sentito in altri comparti come l'ortofrutta. Ma che invece risulta sensibile anche nel settore vitivinicolo e non solo dalle cantine sociali e dalla cooperazione che hanno come stella polare la remuneratività delle uve dei soci, ma anche da brand come Antinori.

«Questa vendemmia abbondante – spiega Cotarella – fa da contraltare alla situazione drammatica dello scorso anno e a quella difficile dell'anno ancora prima, tanto che si sono ridotti – e di molto – gli stock in cantina. Chi è condizionato dalla natura vive continue situazioni di alti e bassi che è molto difficile trasferire poi sul mercato e sui prezzi dei prodotti. I listini non possono, nell'arco di pochi mesi, diventare prima il doppio e poi ridursi della metà. In più lo scorso anno, la produzione è calata del 50% mentre i prezzi sono cresciuti del 10 massimo del 15%. Insomma per recuperare le perdite del 2017 occorrono 4-5 anni buoni. Cosa già di per se difficile da realizzare. Insomma occorre un equilibrio che consenta al produttore di stare sul mercato.

Altrimenti cosa succede?
Succede che se costringi i produttori a stare al di sotto di un certo livello di prezzi loro hanno due possibilità: o rinunciano a produrre oppure cercano di aumentare la produzione in modo da mantenere una Plv per unità di superficie che consenta loro di fare questo mestiere. Ma come conseguenza logica si abbassa la qualità. Pertanto delle due soluzioni: se manca il prodotto non ci guadagna nessuno, né il produttore né il distributore; se manca la qualità pure, anzi in questo secondo caso è anche peggio.

E quindi cosa occorre fare?
Bisogna guardare al valore. Sento spesso proclami che sottolineano come l'Italia sia il primo produttore al mondo di vino o il principale esportatore. Ma se confrontiamo i valori non c'è tanto da essere allegri. Qual è il prezzo medio all'export di un vino francese rispetto al nostro? Quale quello di una bottiglia di Prosecco in confronto a una di Champagne? I prodotti francesi continuano ad avere un valore molto superiore al nostro. E attenzione: ho citato il Prosecco che resta un grande caso di successo del made in Italy. 

Come se ne esce allora?
In un paese che produce in media 50 milioni di ettolitri ci saranno anche vini venduti come commodity ma poi per il resto occorre un percorso virtuoso e non penoso. La strada resta quella della valorizzazione e della crescita dei vini Doc e in genere un percorso di creazione di valore che ci deve vedere sempre più determinati. E non bisogna abbassare la guardia sulla qualità perché per avere una crescita del valore occorrono prodotti che possano essere pagati. Occorre che aumenti il valore percepito del vino altrimenti il sistema non funziona. Bisogna continuare nel processo di crescita della qualità media percepita.

La qualità del vino made in Italy è colta dal mercato soprattutto grazie alle grandi etichette...
Le grandi griffe sono importanti e rappresentano una condizione irrinunciabile perché si crei interesse sul prodotto e sul prodotto italiano. Avere Sassicaia, Masseto, Tignanello, diverse etichette di Barolo è un aspetto di vitale importanza per dare credibilità all'Italia sulla qualità ma dietro occorre un percorso virtuoso di valorizzazione del prodotto. Senza, le eccellenze restano mosche bianche. Anche in questo caso guardiamo allo Champagne, non c'è solo Dom Pérignon ma ci sono tanti altri, e tutto il sistema è cresciuto dietro ai grandi. Dobbiamo seguire la stessa strada anche noi.

Ma come si concilia tutto questo con una Gdo che chiede di rivedere al ribasso i listini?
Non si concilia. Il punto è che anche la Gdo deve essere consapevole di questo suo ruolo importante. La Gdo è una realtà per il nostro settore e insieme un'opportunità per i produttori, ma dal canto suo deve mostrare la sensibilità di capire che il vino ha anche una segmentazione che deve essere rispettata. Questo accade dappertutto in molti comparti produttivi e non capisco perché nel vino non possa essere così. E dirò di più: è anche interesse della Gdo capirlo. Prezzi leggermente più alti danno un vantaggio a tutti anche alla grande distribuzione. A loro chiedo: cosa è meglio, ottenere il 20% su 3 euro oppure su 6? Il consumatore dal canto suo ha già mostrato di essere disposto a pagare di più ma per un maggior valore percepito del prodotto. Per una maggiore qualità percepita. E questa non si coglie certo tagliando i prezzi.

In Italia, di questi tempi, va molto di moda il “percepito” eppure sembrerebbe che il valore intrinseco del vino continui a non essere sufficientemente colto...
Proprio così. Non viene capito che dietro una bottiglia di vino c'è un'attenzione, uno sforzo, una sofferenza, un investimento, un percorso generazionale (chi pianta un vigneto lo fa anche per i propri figli) e tutto questo non può non essere rispettato e valorizzato. Questa è la strada.
E invece si continua a parlare di listini da limare...
Ma non tutti la pensano allo stesso modo. La nostra stessa azienda è la prova che si può ragionare con successo in maniera diversa. Se c'è una cosa che mi lascia perplesso è quando ci considerano un'unica azienda che produce 20 milioni di bottiglie. 
Non è così?
Non solo. È più complesso. Noi non produciamo semplicemente 20 milioni di bottiglie, ma 2,5 milioni a Tormaresca in Puglia, 700mila bottiglie a Castello della Sala, un milione a Tignanello, 2 a Guado al Tasso, un milione a Prunotto e tanto altro. Questo significa che queste tenute, che sono rimaste fattorie, sono autonome e cedono la loro produzione ad Antinori che fa da polo logistico e di fatturazione. Questa è una scelta precisa che ha sempre trovato Piero Antinori perfettamente allineato. Insomma, per fare un esempio, noi potremmo avere solo 5 enologi per seguire la nostra produzione, e invece ne abbiamo 40. Ogni tenuta e ogni vigneto ha una propria autonomia e siamo certi che questa scelta, di sicuro poco efficiente sotto il profilo economico, sia pienamente efficace sul piano della trasmissione del valore dei nostri prodotti. Con questo voglio dire che per compiere un percorso di valorizzazione a volte può essere necessario seguire anche qualche strada, apparentemente, antieconomica.

Qui il link ad Agrisole.

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