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Continua ad infiammarsi la polemica sul Ceta, l’accordo commerciale tra Unione europea e Canada entrato in vigore in via provvisoria nel settembre scorso e che attende la ratifica degli Stati membri della Ue. Il Governo italiano ha ribadito le proprie perplessità sul trattato (in particolare - ha detto il ministro dello Sviluppo economico Di Maio - per il rischio di immettere in misura considerevole sul nostro mercato prodotti su cui vigono norme di tutela per la salute dei consumatori meno restrittive delle nostre).

La situazione è apparentemente a uno stallo. Se in un primo momento il Governo aveva annunciato che non avrebbe ratificato l’accordo, ora pare intenzionato a chiedere a Bruxelles interventi e limature. 

Intanto proseguono le prese di posizione da parte dei produttori italiani, per i quali il Canada rappresenta un importante mercato di sbocco. Se Confindustria e Cia (Confederazione italiana agricoltori) sono in sostanza a favore del Ceta, Coldiretti continua la “battaglia” per bloccarne la ratifica. Anche l’Aicig, Associazione Italiana Consorzi Indicazioni Geografiche (che rappresenta il 95% delle produzioni italiane ad indicazione geografica) è intervenuta, chiedendo l’istituzione di un tavolo tecnico nazionale che possa valutare gli esiti di applicazione del Ceta: una richiesta avanzata, innanzi tutto, al ministro delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio, alla luce della sua presa di posizione nei confronti dell’accordo con il Canada.

L'export italiano verso il Canada nel 2017

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I dubbi manifestati dal titolare del dicastero dell’Agricoltura sono riferiti alla vantaggiosità o meno di tale accordo per il nostro Paese, considerando che – come si legge nella nota ufficiale diffusa dal Mipaaf - con esso "solo 41 Igp italiane su 249 sarebbero tutelate sul mercato canadese".

“Siamo d’accordo con il ministro Centinaio rispetto alla necessità di arrivare ad una oggettiva valutazione degli effetti del Ceta sull’economia agroalimentare nazionale - ha affermato il presidente Aicig Cesare Baldrighi-. È utile, anzi necessario, istituire un tavolo tecnico nazionale per verificare l’effettiva applicazione dei contenuti dell’accordo rispetto ai prodotti DOP e IGP, al fine di formulare un giudizio completo, obiettivo e definitivo”.

La via degli accordi commerciali è la più utile

Federvini è attenta alle considerazioni del Governo e rimane convinta che per il nostro Paese la via degli accordi commerciali sia quella maestra e la più utile, soprattutto per settori come quelli rappresentanti dalla federazione,  ad alta vocazione all’export.

Federvini comprende e condivide i timori in materia di tutela delle indicazioni geografiche, e ritiene altrettanto importante avviare una riflessione sul sistema di tutela e protezione.

Detto questo, sembra ancora presto per trarre conclusioni circa l’effetto dell’accordo sulle nostre esportazioni. Anche per quel che riguarda il Canada certamente ci sono ombre e luci, non diversamente da altri mercati, e non si possono fare valutazioni così a breve su effetti positivi o negativi del Ceta. 

Ancora ieri Coldiretti aveva lanciato l’allarme su un calo dell’export di vino verso il Paese nordamericano. Sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero nel primi quattro mesi dell’anno, l’associazione ha segnalato un calo del  4% delle bottiglie di vino Made in Italy esportate in Canada nel primo quadrimestre del 2018. “Con il Ceta - sottolinea la Coldiretti - si è verificata una brusca inversione di tendenza rispetto allo stesso periodo dello scorso anno quando le bottiglie esportate erano aumentate del 15%”. Inoltre ricorda che sebbene l'intesa raggiunta con il Canada abbia mantenuto l’accordo siglato nel 2003, non è stato previsto l’aggiornamento dell’elenco con le denominazioni nate successivamente.

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