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Vini, spirits e aceti rappresentano settori fondamentali del Made in Italy. Congiuntamente assommano 2.600 imprese (a carattere industriale), quasi 21 miliardi di euro di fatturato, 10,5 miliardi di export e 30 mila occupati •

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Sul fronte dell’export, i 3 settori esprimono una rilevanza strategica, sia in merito all’incidenza sulle vendite oltre frontiera del food&beverage (21%) ma soprattutto in merito al contributo positivo per la bilancia commerciale agroalimentare: 8,6 miliardi di euro di saldo commerciale aggregato netto, il valore più alto tra i prodotti italiani del F&B. •

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Questo importante contributo discende dall’ottima reputazione e dal posizionamento di leadership conquistati nel tempo a livello globale: l’Italia rappresenta il primo esportatore mondiale (a valore) di aceti e vermut, il secondo di vini imbottigliati (fermi e spumanti) e liquori. •

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Lo scenario in cui si trovano ad operare le imprese dei 3 settori «Federvini» è ancora contraddistinto da inflazione nei prezzi al consumo, derivanti da tensioni nei costi produttivi che, seppur in riduzione, risultano ancora alti per alcuni componenti (come vetro e carta da imballaggio). Ciò spiega il calo intervenuto nelle vendite di vini, spirits e aceti in GDO (sia nel 2022 ma anche nel primo trimestre 2023), una riduzione in parte mitigata dalla ripresa dei consumi fuori-casa, trainati anche da un ritorno dei turisti stranieri in Italia. •

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Per quanto riguarda l’export, il primo trimestre 2023 evidenzia una situazione in «chiaro-scuro» con alcuni mercati in sofferenza (come Germania, Uk e Cina) che portano la performance dei vini italiani a livelli inferiori alla media mondiale, mentre sul fronte degli spirits la variazione appare positiva e superiore alla media.

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Secondo una visione prospettica di più ampio raggio (e non meramente congiunturale), l’analisi sui mercati di export di vini, spirits ed aceti italiani evidenzia rilevanti opportunità in paesi «emergenti» dove oggi la nostra quota di mercato è ancora ridotta ma il potenziale di crescita elevato. •Confrontando il tasso medio annuo di crescita nell’import dall’Italia tra il 2017 e il 2022 con le prospettive di aumento del PIL per i prossimi tre anni nei singoli mercati mondiali, emergono – per i vini imbottigliati – significative potenzialità di sviluppo nei paesi del Sud-Est asiatico e del centro-sud America (come la Colombia); nell’Est Europa e in America Latina per gli spirits, in Corea del Sud, India ed Arabia Saudita per gli aceti. •

Ma il futuro di vini e spirits italiani non si gioca solo sul fronte del mercato. Il 22 maggio scorso, il governo irlandese ha convertito in legge il regolamento che prevede l’etichettatura degli alcolici con avvertenze sanitarie, primo caso in Europa. •Nel 2022, l’Irlanda ha importato 304 milioni di euro di vino (di cui 35 dall’Italia) e 1.455 milioni di euro di spirits, di cui appena 14 dal nostro paese. Nel corso degli ultimi cinque anni, l’aumento degli acquisti di bevande alcoliche italiane è aumentato del 24% per quanto riguarda il vino e del 158% in merito a distillati e liquori. • Il precedente irlandese e il dibattito in corso a livello europeo sugli «health warning» in etichetta per le bevande alcoliche non considera la differenza tra abuso e consumo responsabile di alcol quando invece esistono modelli alimentari che affondano le proprie radici storiche e culturali in millenni di storia dove il consumo di vino e di altre bevande alcoliche è parte integrante di tale dieta e delle tradizioni alimentari delle medesime popolazioni.

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Dove tale consumo responsabile rappresenta una componente fondamentale del modello alimentare della popolazione, anche l’abuso di alcol risulta una pratica poco diffusa. •Mettendo infatti a confronto – attraverso i risultati di un’indagine Eurostat – la % di popolazione che eccede nel consumo di alcol almeno una volta a settimana con quella che consuma bevande alcoliche quotidianamente, si evince come emerga una sostanziale differenza tra i paesi mediterranei e quelli del Nord Europa, indice di un maggior consumo responsabile di alcol da parte dei primi rispetto ai secondi. • In Italia e Spagna, ad esempio, dove figura la % più alta di popolazione (oltre il 12%) che consuma quotidianamente bevande alcoliche (vino in primis), l’incidenza sulla stessa popolazione di chi fa uso eccessivo di alcol settimanalmente è tra i più bassi a livello Ue (ben al di sotto della media europea, pari a circa il 4%). L’esatto contrario accade invece in paesi come Romania ed Irlanda dove il consumo quotidiano di alcol interessa una parte minoritaria della popolazione (meno del 3%), ma la percentuale di chi abusa nel consumo di alcol almeno una volta a settimana è tra le più alte a livello europeo (lo stesso accade per Lussemburgo, Danimarca, Paesi Bassi, Belgio e Germania). • In altre parole, tale confronto tra consumo quotidiano e situazioni di abuso di alcol a settimana mette in luce la differenza sostanziale tra il consumo consapevole e responsabile di bevande alcoliche da parte delle popolazioni dell’area mediterranea e il cosiddetto «binge drinking» che invece trova maggior diffusione nei paesi del centro-nord Europa. Una pratica autolesionista per la salute umana il cui legittimo contrasto non può però avvenire penalizzando asset del patrimonio produttivo, storico e culturale di molte popolazioni europee, tra cui quella italiana.

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