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Nel 2019, le importazioni totali di vino (a valore) nei mercati terzi sono cresciute quasi ovunque ad eccezione di Cina, Hong Kong ed Australia. Contestualmente, quelle dall’Italia, hanno registrato gli stessi trend per i medesimi mercati, salvo registrare un’ulteriore riduzione nel caso del Brasile. Gli USA hanno toccato il massimo storico in termini di vino importato (5.55 miliardi di euro), probabilmente sostenuto da un accumulo di scorte in previsione dell’applicazione dei dazi sui vini europei (esclusi quelli italiani) collegati al contenzioso «Airbus-Boing». 

A dimostrazione di tale ipotesi, si rileva una chiusura annuale positiva per la Francia (+6% nell’import di vini fermi), mentre gli stessi scambi per l’ultimo bimestre (vale a dire nel periodo di applicazione dei dazi) evidenziano un calo cumulato del 36% rispetto allo stesso periodo del 2018. È quanto rilevato dall’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, che ha elaborato i nuovi dati delle dogane Usa sui 12 mesi del 2019.

Secondo l’Osservatorio, la guerra commerciale Usa-Ue ha creato negli ultimi mesi una serie di dinamiche negative, e a farne le spese è stata anche l’Italia che a dicembre ha perso il 7% a valore rispetto al pari periodo dello scorso anno, con un -12% per i suoi vini fermi. In questo circuito vizioso i produttori Ue segnano il passo, con la Francia che negli ultimi 2 mesi vede i propri fermi cadere a -36% e la Spagna a -9%. Per contro, volano le forniture da parte del Nuovo Mondo produttivo, con la Nuova Zelanda che sale a +40% a valore e il Cile, a +53%.

È di 5,55 miliardi di euro il valore complessivo del vino importato dagli Usa nel 2019, in crescita del 5,7% sull’anno precedente grazie alla corsa della domanda di spumanti (+11,1%). Tra i principali fornitori, è sempre testa a testa tra la Francia, a 1,92 miliardi di euro (+7,7%), e l’Italia (+4,2%) a 1,75 miliardi di euro, mentre è ottima la performance della Nuova Zelanda anche nei 12 mesi (+11,9). Tra le tipologie, faticano ancora i fermi&frizzanti italiani, in positivo dell’1,7% mentre sono convincenti una volta di più gli sparkling tricolori, anche lo scorso anno in doppia cifra a +13,7%. Nel complesso i dati comunicano la incertezza che hanno di fronte gli operatori europei, una situazione che rischia di non modificarsi a breve. Molti si chiedono come programmare la promozione in questo scenario e quali politiche di prezzo  attuare.  

Anche se il vino italiano non è colpito, a differenza dei vini spagnoli e francesi, è l'immagine europea in sofferenza.

La Cina invece, per il secondo anno consecutivo, subisce un sensibile rallentamento (quasi -10%), con l’Italia che limita le perdite (-2%). A farne maggiormente le spese è la Francia (-31%), a testimonianza di come la riduzione sia collegata principalmente al rallentamento economico del Paese. Un rallentamento che, a fronte dell’epidemia del «coronavirus», si prevede che aumenterà ulteriormente, rimandando alla seconda metà dell’anno in corso, qualsiasi possibile recupero delle importazioni.

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