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Nel 2018 aumenta il fatturato delle società italiane (+7,5% sul 2017) grazie alla buona performance dell’export (+5,3%) ma soprattutto al consistente contributo delle vendite domestiche (+9,9%). Aumentano gli occupati (+3,7%), gli investimenti (+25,9%) e c’è ottimismo sulle aspettative di vendita per il 2019. Punte di diamante dell’industry si confermano le aziende venete, piemontesi e toscane. Anche l’aggregato dei 14 maggiori produttori internazionali quotati è in crescita. Sono i dati dell'indagine dell' Area Studi Mediobanca che ha presentato la nuova edizione dell’indagine annuale sul settore vinicolo italiano e internazionale. La prima sezione della ricerca analizza i volumi aggregati del periodo 2013-2017 delle 168 principali società italiane operanti nel settore e che nel 2017 hanno fatturato più di 25 milioni di euro. I dati economico- finanziari sono stati integrati con interviste alle imprese volte a valutare i pre-consuntivi del 2018, le attese sulle vendite per il 2019 e alcuni aspetti della struttura commerciale e di governance. La seconda esamina i dati aggregati delle 14 maggiori imprese internazionali negli ultimi cinque anni, oltre ad un approfondimento sulla dinamica tra l’inizio del 2001 e la metà di marzo 2019 dell’indicemondiale di Borsa delle imprese vinicole quotate.

Il settore vinicolo in Italia

Il 2018 segna una notevole crescita del fatturato delle principali società italiane attive nel settore vinicolo,+7,5% rispetto al 2017. Un risultato importante, specialmente se confrontato con quello della manifattura (-7,2%) e dell’industria alimentare (-4,6%). Rispetto al 2013 l’incremento del fatturato è ancora più evidente (+27,1%), così come l’aumento dell’export (+31,9%) e del fatturato domestico (+22,4%). Spumanti e i “vini non spumanti” crescono rispettivamente del 7,1% e del 7,6%, i primi grazie all’export (+7,2%) e i secondi spinti dalle vendite domestiche (+10,8%).

Tra i comparti, il maggiore sviluppo nel fatturato lo registrano le cooperative (+9,2% sul 2017), trainate dal mercato interno (+13,6%). Le Spa e le Srl sono in crescita del 6,7% (+7,0% all’estero). 

Bene anche l’occupazione, cresciuta del 3,7% sul 2017, con le S.p.A. e s.r.l. (+6,1%) e gli spumanti (+5,8%) davanti ai “vini non spumanti” (+3,4%). Meno netto l’incremento della forza lavoro per le cooperative(+1,6%). Sul fronte investimenti, il 2018 conferma la vivacità degli operatori, che registrano un +25,9% rispetto all’anno precedente. A distinguersi, in particolare, sono i “vini non spumanti” (+30,4%), seguiti dagli spumanti (+10,8%).

I dati relativi all’affidabilità creditizia confermano la solidità delle imprese vitivinicole: nel 2017 il 70% delle imprese ricade nella classe investment grade, il 28,6% in quella delle imprese intermedie e il residuo 1,2% in quella delle fragili.

Cosa si aspettano gli operatori per il 2019? L’82,6% degli intervistati prevede di non subire un calo delle vendite, il 10,5% crede in un aumento del fatturato in doppia cifra e il 17,4% si aspetta una flessione dei ricavi. In generale permane un certo ottimismo anche se sembrano remote le possibilità di ripetere l’exploit del 2018. Le attese per l’export seguono la stessa prospettiva ma con più fiducia, specialmente tra i produttori di spumanti.

 

Complessivamente le società piemontesi battono la concorrenza, soprattutto sotto il profilo reddituale(roi all’8,6% contro il 6,6% nazionale; roe al 12,1% contro 7,2%). Bene anche le venete e le trentine, al di sopra della media nazionale. Le toscane (roi e roe al 7,3%) sono patrimonialmente più solide (debiti finanziari al 37% dei mezzi propri contro 69,4%), più efficienti (costo del lavoro per unità di prodotto al 46,8% contro 58%) e più vocate all’export (63,6% contro 52,4%).

Quali sono i canali distributivi più utilizzati?

Domina la Grande Distribuzione Organizzata (GDO), che interessa il 38,8% delle vendite. Seguonol’Ho.Re.Ca. (17,1%), grossisti e intermediari (15%) e la rete diretta (12,3%). Sui mercati esteri non ha rivalil’intermediario importatore (75%), evidenziando un punto di potenziale debolezza nel presidio diretto delle vendite.

Com’è ripartito l’export?

Le aziende vinicole italiane segnano all’estero un incremento delle vendite pari al 5,3% sul 2017. Cresce l’export in Asia (+42,2% sul 2017, per un totale pari al 5,7% del fatturato estero), in Sud America (+11,9%,l’1,6% del totale) e in Nord America (+3,9%, 32,3% del totale). È però nei Paesi UE dove si concentra gran parte dell’export (+5,6%, 52% del totale). In flessione le performance nel resto del mondo (Africa, Medio Oriente e Paesi Europei non UE rappresentano l’8,4% del totale, -12,5% sul 2017).

I principali Paesi stranieri di cui i nostri produttori temono maggiormente la concorrenza sono Francia e Spagna con una quota del 25,7% ciascuno e Cile (12,1%); seguono USA (7,9%), Australia (7,1%), Germania (3,6%). Le prime nazioni nelle quali i nostri produttori vorrebbero esportare e/o incrementare la propria presenza sono: Cina (7,7%), Messico (6,8%), Australia (6,0%), India (5,1%); a seguire Argentina,Brasile, Canada e Russia con il 4,3%. Le esportazioni in Cina si attestano mediamente attorno all’1,9%,con quota massima pari al 10%. Le principali difficoltà di accesso ai mercati esteri incontrate dagli imprenditori sono: concorrenza sul prezzo (50,8%), dipendenza da intermediari stranieri (32,8%), ostacoli normativi e linguistici (9,8%) e concorrenza sulla qualità (6,6%). Il 37,7% degli intervistati vede nella produzione ecosostenibile il principale driver futuro del vino. Seguono l’appeal del confezionamento con il 34,8% e il miglioramento della qualità del prodotto con il 27,5%.

Caratteristiche dei board

Complessivamente i board delle 116 aziende non cooperative sono composti da 421 membri, per una consistenza mediana per ogni board pari a tre membri. I componenti del consiglio a maggiore longevità (Over73) rappresentano il 17,8% delle posizioni, mentre i Baby Boomers, con età compresa tra i 54 e i 73 anni, sono la fascia generazionale più rappresentata (44,4%). I nati tra il 1966 e il 1980 (Generazione X) coprono il 33,5% delle cariche. Scarsa la presenza dei Millennials (1981-1995) con il 4,3%.

Il 59,5% delle imprese ha un Amministratore delegato appartenente alla famiglia proprietaria; il 48,6% dichiara la presenza di membri indipendenti nel Consiglio di amministrazione. Circa le competenze necessarie all’azienda spicca l’esigenza di adeguate figure manageriali (50%), commerciali (32,5%), tecniche ed enologiche (12,5%) e finanziarie (per un marginale 5%).

Le 14 maggiori società internazionali del vino

I 14 maggiori produttori internazionali quotati hanno realizzato nell’insieme un fatturato pari a €5,7 mld (+1,2% sul 2016), con il contestuale miglioramento delle incidenze dei margini industriali sulle vendite: Mol (ebitda) al 18,9% e Mon (ebit) al 15,1%. Per confronto, le 103 vinicole italiane non cooperative hanno segnato nel 2017 un aumento del fatturato del 6,6% e margini sul fatturato pari al 12,9% (Mol) e al 9,3% (Mon). Il roe è stato pari al 9,9% (8,6% le italiane), mentre la struttura finanziaria evidenzia un rapporto tra debiti e mezzi propri pari al 50,8% nel 2017, molto simile al 53,2% degli operatori del nostro Paese. Cala, invece, l’occupazione (-2,4%). I più recenti rendiconti infrannuali relativi al 2018 evidenziano un rialzo del fatturato complessivo del 5,8%, con incrementi generalizzati a tutte le società. La neozelandese Delegat’s Group (Mon sul fatturato al 30,2%) strappa a Yantai Changyu (28,9%) la prima posizione per margine industriale.

Il vino e la Borsa

Dal gennaio 2001 l’indice di Borsa mondiale del settore è cresciuto del 354,1%, più delle Borse mondiali (+163%). La migliore performance in termini relativi (ossia al netto delle dinamiche delle Borse nazionali) è segnata dalle società del Nord America (+359%), seguite dall’Australia (+117%) e dalla Francia (+71%), mentre in altri Paesi le società vinicole hanno reso meno della Borsa nazionale soprattutto in Cile (-22,2%) e in Cina (-78,7%).

Tra marzo 2018 e marzo 2019 la capitalizzazione delle società quotate è diminuita del 17,6%, risultando composta per il 59,9% dalle società nordamericane (-20,9% sul 2018), per il 15,1% dalle australiane (-11,3%) e per l’8% dalle cinesi (-23%). Constellation Brands è la società con la capitalizzazione più elevata(€28,1 mld, -20,9%). Due le quotate italiane: IWB - Italian Wine Brands e Masi Agricola, la cuicapitalizzazione era, a metà marzo 2019, complessivamente pari a €206 mln. Le 10 società inserite nella sezione Elite di Borsa Italiana si segnalano per l’elevata incidenza dell’export sul fatturato (pari al 73,4%,contro il 56,2% per le 103 società non cooperative).

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