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I vini e mosti hanno chiuso l’export 2018 a quota 6 miliardi 377 milioni, con un passo espansivo sul 2017 (+3,4%) perfettamente allineato a quello del “food and beverage” nel suo complesso. E’ un risultato importante, considerando che il settore vanta una proiezione export oriented, ovvero una incidenza del fatturato export sul fatturato totale, di tutto rispetto, pari al 60%, di gran lunga superiore a quella del “food and beverage” nazionale, che rincorre da lontano, con una incidenza del 23,7%. 

Ma il vino nazionale non ha guardato solo ai grandi numeri, ha guardato anche alla qualità del venduto. Il +3,4% dell’export in valuta si è confrontato infatti con una quota export pari a 20,9 milioni di ettolitri, che vuol dire una contrazione in quantità del -7,6% sull’anno precedente e, quindi, apprezzamento del valore unitario del venduto oltre frontiera superiore a 10 punti percentuali. 

La strada della valorizzazione del valore aggiunto esitato sui mercati era già iniziata, ma nel 2018 ha avuto una netta accelerazione, rispetto ai delta marginali valore/quantità emersi negli anni precedenti.   

Va aggiunto che il vino nazionale ha continuato nella strategia di allargamento degli sbocchi e, assieme, di consolidamento dei mercati principali. Non a caso i primi due mercati del settore, USA e Germania, hanno segnato progressi dell’export, rispettivamente, del +4,1% e del +3,9%, superiori alla media mondo. 

Infine, un accenno al comparto degli spiriti. Le “acquaviti e liquori” hanno addirittura “strappato”, con un progresso dell’export 2018 in valuta pari al +25,3%, che rappresenta il primato fra tutti i settori del “food and beverage” nazionale. Da sottolineare i progressi sul mercato USA e su quello del Regno Unito, pari rispettivamente al +44,7% e al +37,7%. Anche qui siamo di fronte a una leadership  assoluta, con una proiezione export oriented del comparto che supera il 95%. 

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