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Il Made in Italy agroalimentare supera la crisi e raggiunge i 60,4 miliardi di euro di valore aggiunto (33 mld dell’agricoltura, 27,4 mld dell’industria alimentare), 1,4 milioni di occupati, oltre 1 milione di imprese e 41 miliardi di euro di esportazioni. Sono i numeri che emergono dal Rapporto sulla competitività dell'agroalimentare italiano presentato ieri a Palazzo Wedekind da ISMEA alla presenza del ministro delle Politiche Agricole Alimentari Forestali e del Turismo Gian Marco Centinaio.  È pari a 219,5 miliardi di euro il valore aggiunto del settore agroalimentare “allargato” , 13,5% il peso sul PIL. Le 753,8 mila imprese agricole e 71mila imprese dell’industria alimentare rappresentano in totale è il 13,5% delle imprese italiane.

"L'agroalimentare esce dal decennio di crisi con un ruolo più forte nell'economia italiana, dimostrando una grande tenuta economica e sociale nel corso della crisi e una buona capacità di agganciare la ripresa -  ha sottolineato il direttore generale di Ismea Raffaele Borriello. I segnali positivi sono stati numerosi: crescita della produttività del lavoro, ripresa degli investimenti,  capacità di declinare la multifunzionalità e la qualità, con primati sul fronte dell'agricoltura biologica e delle indicazioni geografiche Dop e Igp; ottimo andamento delle esportazioni, specie di quelle tipiche del Made in Italy, quali vino e prodotti trasformati ad alto valore aggiunto".

In particolare, il cibo e il vino, nei paesi economicamente e socialmente più sviluppati, non sono più percepiti solo come generi di prima necessità, rivolti a soddisfare il bisogno alimentare e calorico, per trasformarsi in beni di consumo complessi e multidimensionali, che all’alimentazione associano aspetti edonistici e culturali, elementi di connotazione sociale e occasioni di conoscenza. Tutto ciò rende la domanda di prodotti alimentari relativamente meno sensibile al prezzo e più elastica rispetto al reddito, generando nuove opportunità per l’agroalimentare di un Paese come l’Italia, che vanta molti prodotti in grado di soddisfare questo nuovo approccio al cibo. 

Ottimo soprattutto l'andamento delle esportazioni, specie di quelle tipiche del made in Italy, quali vino e prodotti trasformati ad alto valore aggiunto, che alimentano la progressiva crescita del grado di apertura internazionale del settore a livelli anche superiori a quelli della nostra industria manifatturiera.

Dalle analisi del Rapporto emergono, tuttavia, ancora i problemi legati agli squilibri strutturali della filiera agroalimentare italiana, dove la componente produttiva risulta fortemente penalizzata, con margini bassi in favore della logistica e della grande distribuzione. Nell’ultimo quinquennio, il valore aggiunto agricolo a valori costanti ha avuto un trend espansivo per il complesso dell’Ue, mentre per l’Italia l’andamento di fondo appare sostanzialmente stabile, con un rallentamento nel 2016 e 2017. Su questo trend ha influito pesantemente un andamento climatico che ha segnato negativamente e ripetutamente i risultati di alcune importanti filiere, olio e vino in primo luogo, ma anche di altri comparti, sia sul fronte della minore produzione che dei maggiori costi. Nel 2017, in particolare, l’unica componente che ha contribuito con un segno positivo all’andamento della produzione in termini reali è stata quella delle attività secondarie agricole, cresciuta del 3,5% a prezzi costanti e del 5% a valori correnti.

  

Se l'agroalimentare italiano si è rafforzato nell'economia nazionale, a livello europeo mostra ancora segnali di debolezza. Il confronto con Paesi quali Francia, Germania e Spagna rileva un gap sfavorevole ancora elevato in termini di strutture aziendali, di efficienza, di tecnologia e produttività. "Il rapporto di Ismea - afferma il ministro delle politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo Gian Marco Centinaio - non è solo la fotografia dello stato di salute del settore nel nostro Paese, ma uno strumento concreto di analisi per guardare oltre, avere una visione d'insieme e pianificare il rafforzamento e il rilancio del comparto. I numeri parlano chiaro: abbiamo un potenziale enorme in termini di valore della produzione, denominazioni registrate, crescita del bio. Ma dietro le cifre c'è di più. C'è tutto il 'peso' della qualità. Ci sono la passione, la storia, la tradizione che rendono unico il Made in Italy agroalimentare nel mondo. C'è il sistema Italia. La nostra agricoltura è la più multifunzionale d'Europa. Allora rendiamo più competitive le imprese agrituristiche, potenziamo l'export, garantiamo una filiera sicura ed equilibrata per offrire anche nuovi posti di lavoro ai più giovani, tuteliamo il reddito delle nostre imprese. I dati di Ismea ci dicono questo. Che c'è tanto da fare e che dobbiamo lavorare insieme".

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