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Mercoledì, 23 Maggio 2018

Diversificare, snellire, attivare una filiera allargata: i nodi del vino 4.0

di Redazione

Non adagiarsi sui risultati raggiunti. Anche se l'export continua a correre e il mondo del  vino ha una rediitività più alta rispetto alla media del comparto alimentare. Perché i mercati sono in continuo movimento, non indenni da sviluppi geo-politici ed economici imprevisti (possibili dazi americani, Brexit...). La vera sfida, dunque, è una stabile crescita di valore, sia intrinseco che percepito.  È quanto emerso ieri nel corso della Assemblea di Federvini, durante la quale (nella parte pubblica) si è discusso delle quattro leve utili a raggiungere questo obiettivo: identità, territorio, cultura e innovazione. In una virtuosa filiera allargata in cui trovano i propri elementi di sviluppo anche le altre due anime delle Federazione, spiriti e aceti.

assemblea federvini 2018 4 XL

Si è molto parlato di export e mercati, sulla scorta delle analisi di Denis Pantini, direttore Area Agricoltura Nomisma-Wine Monitor, e Gabriele Brabaresco, responsabile Area Studi Mediobanca. Accanto ai dati di crescita costante, si è sottolineata la fragilità della posizione dei vini italiani sui mercati esteri: l’Italia ha infatti un indice di concentrazione nei primi paesi di destinazione pari a 1.108 in confronto a 730 della Francia, 711 del Cile e 632 della Spagna. Inoltre nei mercati in cui l’Italia è più presente, il prezzo del prodotto è mediamente più basso rispetto ai mercati secondari.  Secondo le stime di Nomisma, infatti, sia per i bianchi fermi sia per i rossi fermi il prezzo medio italiano è più basso rispetto a Francia (2,8 euro a litro contro 4,69 sui bianchi; 4,37 vs 5,36 sui rossi) ma anche Nuova Zelanda.  Il rischio è di perdere una visione d’insieme tralasciando di esplorare aree geografiche più eccentriche, più rischiose ma anche a tasso di sviluppo potenziale maggiore (Sud America, Africa Australe, Sud Est Asiatico e Oceania).

La capacità di approcciare i mercati lontani premia l’imprenditore lungimirante e coraggioso: la redditività delle imprese italiane che hanno saputo presidiare mercati geograficamente e culturalmente lontani è sistematicamente superiore a quella delle imprese che hanno preferito accontentarsi dei più confortevoli mercati di prossimità.

“Il tema della diversificazione non riguarda solo l’ambito geografico ma anche i prodotti - ha dichiarato Sandro Boscaini, presidente di Federvini -. Oggi assistiamo al trionfo delle bollicine su scala mondiale. È proprio in questa fase che dobbiamo essere particolarmente bravi e utilizzare il Prosecco come punta di diamante sui mercati più lontani o più ostici, facendo da apripista e senza indurci nella tentazione del mono-prodotto”.

Ma l’aspetto commerciale non è l’unico da tenetele in considerazione. Oggi - ha spiegato Barbaresco - la cosiddetta ‘terziarizzazione della manifattura’ – in un contesto di eccellenze – è ciò che fa la differenza. I servizi riguardano le attività “a monte” (progettazione, indagine di mercato, capacità di intercettare e anticipare le esigenze del consumatore, R&D, attenzione alla logistica delle materie prime) e quelle “a valle” (marketing, servizio post-vendita, modularizzazione/personalizzazione del prodotto, potenziamento della brand awareness e del contenuto aspirazionale del consumo, logistica del prodotto finito).

I dati Mediobanca rivelano che l’industria del vino italiano ha una redditività superiore a quella del settore alimentare, grazie a un più alto rapporto tra Margine Operativo Netto (MON) e Valore Aggiunto che oggi ha raggiunto quota 44 contro il 30,6 del food nel suo complesso. Questo significa che il settore ricava valore aggiunto dalle vendite, grazie alla capacità di fare leva sul valore iconico dei prodotti vitivinicoli italiani.

Ma il mondo del vino si differenzia anche per la dimensione del capitale immobilizzato (vigneti, magazzino…). Costi di struttura e un capitale investito ragguardevoli: tanto che il rapporto tra valore generato in azienda e il capitale necessario per generarlo resta penalizzante nel vino rispetto al food (18,5% contro 22,5).  Eppure, non si può non puntare oggi su quei servizi fino a pochi anni fa definiti accessori. Che fare? Da un lato - ha suggerito Barbaresco - è possibile ipotizzare di scorporare la proprietà dei terreni dalla parte industriale e commerciale; dall’altro ‘alleggerire’ il magazzino, considerandolo come asset strategico soprattutto nella fase di lavorazione (invecchiamento).  In tal senso, una collaborazione maggiormente tailor made con il sistema bancario - warrant o certificati en primeur, acquisti a fermo da parte di piattaforme logistico-commerciali – potrebbe essere una soluzione che garantisce qualità e valore attraverso una verticalità ad assetto variabile. 

“I dati di una recente ricerca Nielsen sono paradigmatici - ha commentato Boscaini - l’Italia è in coda ai paesi UE nel consumo di alcol in generale, mentre trionfa lo stile mediterraneo fatto di convivialità e di accompagnamento al cibo anche tra i millennial: questo dimostra come anche da un punto di vista imprenditoriale sia venuto il momento di ragionare in modo strutturale in termini di filiera allargata: non solo vino, spiriti e aceti ma anche cibo, turismo, arte ed ambiente. Dobbiamo infatti mettere a sistema tutte le voci del nostro patrimonio culturale rendendole un unicum e ridisegnando il sistema delle priorità a livello nazionale: è ormai prioritario e non più procrastinabile mettere in un unico contenitore i diversi progetti, facendo ruotare intorno ai nostri settori e all’agro-alimentare nel suo complesso, il patrimonio artistico, archeologico ed ambientale”.   

Secondo Boscaini non si tratta di trascurare il core business legato alla produzione per concentrarsi solo sui servizi di supporto: “ma è certo che oggi il vino, pur restando una delle massime espressioni del settore agroalimentare, deve essere gestito diversamente dagli altri prodotti agricoli: trovare quindi un equilibrio tra le diverse fasi del ciclo di vita del prodotto/azienda è prioritario. Non si può continuare nel paradosso dell’eccesso di richieste di autorizzazioni all’impianto”.

Questo giusto bilanciamento può essere raggiunto se si inizia a ragionare in termini dimensionali. Il mondo del vino non fa eccezione rispetto al resto dell’industria italiana: secondo a valore dopo la Francia, conta solo su due top player (pari al 6,3% del valore della produzione complessiva contro il 10,2% della Francia e il 31% della Spagna).

 “Diversificare, puntare a strutture più snelle e ragionare in chiave di sistema con modelli imprenditoriali che siano al contempo saldi e flessibili - ha concluso il presidente di Federvini -. Solo così saremo pronti alle sfide del futuro prossimo con prodotti di valore e con una precisa identità”: entro il 2025 la Cina diventerà il secondo mercato mondiale dietro gli Stati Uniti con 13 miliardi di dollari superando Francia e Germania; a valore sarà sempre la Francia a primeggiare ma la Cina raggiungerà il quarto posto assoluto dietro a USA, Italia e Spagna. Nell’export Francia e Italia sempre sugli scudi con 16 miliardi di dollari e 11 miliardi. 

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