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Chissà cosa avrebbe risposto Bartolo Mascarello, famoso produttore di Barolo, se qualcuno gli avesse chiesto del suo posizionamento, di come conquistare il mercato cinese o di altre questioni di marketing che avrebbe probabilmente giudicato troppo "economicistiche" e anche un po' fumose. In risposta, l'ultimo dei mohicani – come si definiva – avrebbe forse citato Johann Wolgang Göthe: «Una ragazza e un bicchiere di vino curano ogni bisogno: e chi non beve e chi non bacia è peggio che morto».
Vigneron di razza, polemista e artista (celebri le sue etichette), Mascarello è scomparso nel 2005. Ha quindi fatto in tempo a vedere i grandi mutamenti del mercato del vino, ma negli ultimi anni la globalizzazione ha rivoltato come un guanto lo scenario competitivo. Non più vini italiani contro resto d'Europa, ma sempre più vini d'Europa contro resto del mondo. Al punto che le decine di migliaia di operatori del Vecchio continente non possono più evitare di porsi le domande di cui sopra.
La ricetta del successo
Ma se le cogenze sono chiare, lo è meno la ricetta del successo. Seguendo un trend di lungo corso, il consumo italiano continua a ridursi: dai 45 litri procapite del 2007 ai 43 del 2009. E si prevede di scendere sotto i 40 litri nel 2015. Negli anni 70 arrivava a 120 litri. Con numeri diversi, avviene lo stesso in molti altri paesi. Il fenomeno ha una doppia chiave di lettura. Presenta aspetti positivi dal punto di vista sociale, ma resta il fatto che i mercati interni stanno evaporando come neve al sole. Dire che occorre riposizionarsi su prodotti di alta qualità rischia di essere poco più di una formula vuota. Anche perché – nonostante gli incentivi Ue allo sradicamento dei vigneti, un livello produttivo stazionario e un costante miglioramento qualitativo – sempre più spesso il vino resta in cantina. Invenduto.

 

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