Marco Ferrari, CEO di Gruppo Montenegro Marco Ferrari, CEO di Gruppo Montenegro

Qual è la percentuale dell’export della sua azienda che va sul mercato americano?

Circa un terzo, ma l’obiettivo è di arrivare al 70% nei prossimi anni. Siamo negli Usa da tanti anni, ma siamo sempre stati presenti come specialità nella ristorazione italiana. Dal 2014, invece, il brand si è riposizionato nell’area dei premium international spirits e oggi è considerato a tutti gli effetti come un amaro di alta gamma nei canali on-trade e mixology.

Rispetto ai vostri mercati di destinazione gli Usa in quale posizione sono?

Gli Usa oggi sono al primo posto. Abbiamo costruito un team di 12 persone e abbiamo stretto un accordo di distribuzione con E&J Gallo, che stanno generando accelerazione.

In quali stati USA siete prevalentemente presenti?

California, New York, Texas, Massachusetts, Florida.

Avete già quantificato i possibili mancati ricavi per il 2020?

Sì, si tratta di un importo rilevante, compensato in parte da azioni mitiganti. I dazi, però, al momento sono minaccia più per la crescita futura che per l’impatto economico immediato.

State valutando insieme ai vostri distributori negli Usa l’opportunità di cambiare strategia di mercato per far fronte alla possibile (ed auspicata) temporaneità dei dazi?

Stiamo lavorando sul posizionamento del prezzo al pubblico.

Avevate conseguito risultati concreti dalle recenti operazioni di promozione portate avanti in Usa da Federvini in collaborazione con Ice?

Difficile quantificare l’impatto specifico delle iniziative, ma sono comunque sforzi utili a creare notorietà e trial di prodotto.

Se ci fosse qualche azione da aggiungere cosa suggerireste?

Una forte azione di lobbying a tutela della categoria “amaro” in modo che sia protetta e legata esclusivamente a prodotti italiani. Vedo un ruolo primario di Federvini e Ice per tutelare il made in Italy e in particolare la parola “amaro”: l’Italian sounding è un grande problema e dovremmo attrezzarci affinché queste eccellenze che si fregiano del nome “amaro” siano davvero prodotte in Italia e non in altri luoghi.

Avete subito la concorrenza sleale di qualche prodotto assimilabile al vostro, realizzato da aziende statunitensi? Se sì, quale?

L’utilizzo della parola “amaro” associata a liquori prodotti in Usa è fuorviante ed è da combattere.

Quanto pensa potrebbe essere utile una nuova massiccia campagna sul mercato Usa (portata avanti da Ice) per sostenere il valore del vero Italian Spirit?

Molto utile, soprattutto se si tratta anche di azioni a tutela e protezione della categoria Amaro Italiano.

Puntate più sull’Horeca o sul consumatore finale?

Entrambi. Anche con un altro importante nostro brand: Select, per il quale vediamo un grande potenziale nel mercato Usa, dal momento che è in forte crescita proprio il momento dell’aperitivo e dello spritz.

 

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