Studi e Ricerche
Statistiche, dati e approfondimenti per conoscere tendenze e consumi del bere
Gli effetti del conflitto in Iran: balzo dell’inflazione, calo della fiducia, investimenti in frenata
- undefined
Come riportato dall’ultima congiuntura flash del Centro Studi Confindustria il conflitto in Iran continua a produrre effetti sempre più estesi sull’economia globale, aggravando un quadro già segnato da inflazione elevata, fiducia in calo e rallentamento degli investimenti. A pesare è soprattutto il permanere delle tensioni nello Stretto di Hormuz, dove il traffico marittimo resta fortemente ridotto, contribuendo a mantenere elevato il prezzo del petrolio Brent, attestatosi a maggio a 105 dollari al barile, poco sopra i livelli di aprile. Diversamente dalla guerra in Ucraina, l’impatto sul gas naturale appare più contenuto: il prezzo si mantiene sotto i picchi di marzo, ma resta comunque ben superiore ai livelli di fine 2025.
Le conseguenze dello shock energetico iniziano a riflettersi con maggiore evidenza sull’inflazione. In Italia, ad aprile i prezzi al consumo sono saliti del 2,7%, rispetto all’1,5% registrato a febbraio, trainati soprattutto dalla componente energetica, cresciuta del 9,2% su base annua. Anche nell’Eurozona e negli Stati Uniti la dinamica inflazionistica mostra un’accelerazione, con aumenti rispettivamente del 3% e del 3,8%. In questo contesto, i mercati si attendono una nuova stretta monetaria da parte della BCE, nonostante a maggio i rendimenti sovrani europei abbiano mostrato una fase di stabilizzazione.
L’incertezza geopolitica e il rialzo dei costi iniziano inoltre a incidere sulle decisioni di investimento delle imprese. Se da un lato il PNRR continua a sostenere la spesa in conto capitale, dall’altro i dati congiunturali segnalano un progressivo indebolimento. Nel primo trimestre del 2026 si è registrato un calo delle richieste di credito per finanziare nuovi investimenti, mentre ad aprile è peggiorata ulteriormente la fiducia delle imprese produttrici di beni strumentali. Il rischio è che il deterioramento dello scenario internazionale finisca per rallentare il ciclo degli investimenti privati e irrigidire il canale del credito.
Anche i consumi mostrano segnali di crescente fragilità. L’occupazione nel primo trimestre è aumentata soltanto dello 0,1%, offrendo un sostegno limitato ai redditi reali, già penalizzati dall’aumento dei prezzi. Le vendite al dettaglio hanno mantenuto a marzo una dinamica moderatamente positiva (+0,8%), sostenuta sia dagli alimentari sia dai beni non alimentari, mentre le immatricolazioni di automobili restano vivaci. Tuttavia, la fiducia delle famiglie continua a deteriorarsi, indicando un possibile rallentamento della spesa nei prossimi mesi. A differenza del 2022, inoltre, i consumi non possono più contare sul sostegno del surplus di risparmio accumulato durante la pandemia.
Sul fronte industriale, l’economia italiana mostra ancora alcuni segnali di tenuta. A marzo la produzione industriale è cresciuta dello 0,7%, trainata soprattutto dai beni strumentali legati agli investimenti del PNRR e dall’aumento delle scorte precauzionali nei comparti intermedi. Questo recupero ha consentito di limitare il calo del primo trimestre al -0,2%. Tuttavia, gli indicatori più recenti delineano un peggioramento del quadro: ad aprile il PMI manifatturiero ha segnalato una domanda più debole, accompagnata da un deterioramento degli ordinativi e delle aspettative produttive.
Particolarmente esposto appare il settore dei servizi. La crescita della spesa dei turisti stranieri in Italia, salita del 14% a febbraio su base annua, rischia di rallentare con il protrarsi del conflitto nel Golfo. L’indice PMI dei servizi è risalito ad aprile a 49,8, pur restando in area recessiva, mentre la fiducia delle imprese del comparto è diminuita, soprattutto nei settori del turismo e dei trasporti.
In questo scenario, l’export rappresenta uno dei pochi elementi di resilienza dell’economia italiana. Nei primi tre mesi del 2026 le esportazioni sono aumentate del 4% rispetto al trimestre precedente, grazie alla crescita sia nei mercati europei sia in quelli extra-UE. A marzo, nonostante il crollo delle vendite verso il Medio Oriente, l’export italiano è stato sostenuto dall’espansione delle esportazioni verso Svizzera, Cina e principali partner europei.
A sostenere la crescita resta soprattutto il PNRR. Lo stato di avanzamento finanziario del Piano appare elevato: le procedure attivate riguardano il 98% della dotazione complessiva, mentre la spesa effettuata ha raggiunto 113,5 miliardi di euro a febbraio 2026. Secondo le stime del CSC, nel corso dell’anno la spesa del Piano potrebbe arrivare a 35 miliardi, confermandosi il principale motore della crescita italiana.
Il 2026 rappresenta tuttavia la fase più delicata dell’attuazione del PNRR. Entro agosto dovranno essere completati 159 traguardi e obiettivi collegati alla decima rata, mentre settembre costituirà il termine ultimo per la presentazione delle richieste di pagamento alla Commissione europea. Sebbene l’Italia sia tra i paesi europei con il più alto livello di avanzamento formale del Piano, la fase conclusiva appare più complessa, poiché riguarda soprattutto grandi investimenti infrastrutturali e progetti ancora in corso di realizzazione. I prossimi mesi saranno quindi decisivi per trasformare gli impegni finanziari in risultati concreti e duraturi per la crescita del Paese.
Photo Credit: PexelsInizio modulo
Source: Centro Studi Confindustria
