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30 Giugno 2026

Economia in stallo: Confindustria conferma rallentamento e incertezza

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di Federvini | in 
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Come riportato dall'ultima Congiuntura Flash del Centro Studi Confindustria, l’economia italiana si avvia a chiudere il secondo trimestre in una fase di rallentamento, condizionata dagli effetti del conflitto in Iran e dall'incertezza che continua a caratterizzare l'accordo tra Stati Uniti e Teheran. I transiti di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz restano limitati, anche se il prezzo del petrolio è ormai tornato vicino ai livelli precedenti al conflitto. Più persistente il rialzo del gas, mentre l'inflazione rimane elevata e ha spinto la Banca centrale europea ad aumentare i tassi di interesse, con effetti destinati a frenare il credito e gli investimenti.

L'inflazione italiana è salita al 3,2% a maggio, trainata soprattutto dall'energia, mentre anche i prezzi core hanno ripreso a crescere. Le risorse del PNRR continuano a sostenere gli investimenti, ma il rialzo del costo del denaro e la debole fiducia delle imprese rendono più difficile finanziare nuovi progetti.

Anche i consumi mostrano segnali di rallentamento. La crescita dell'occupazione sostiene i redditi delle famiglie, ma l'aumento dei prezzi ne riduce il potere d'acquisto. Le vendite al dettaglio e gli acquisti di automobili hanno registrato una flessione, anticipando un possibile indebolimento della domanda interna.

L'industria continua invece a mostrare una discreta capacità di tenuta. La produzione industriale è cresciuta ad aprile, sostenuta dai beni strumentali e intermedi, mentre il PMI manifatturiero resta in territorio espansivo, pur in un contesto ancora segnato dalle incertezze internazionali.

Più debole il settore dei servizi, penalizzato dalla brusca frenata del turismo estero. La spesa dei viaggiatori stranieri è tornata a diminuire e il PMI dei servizi segnala una moderata contrazione dell'attività.

Anche l'export ha rallentato ad aprile, pur mantenendo un bilancio positivo nel trimestre grazie alla tenuta delle vendite verso Stati Uniti, Francia, Germania, Svizzera e Cina. Nel complesso, il secondo trimestre appare destinato a scontare gli effetti del conflitto, mentre un miglioramento è atteso nella seconda parte dell'anno, sostenuto dalla resilienza dell'industria e dagli investimenti legati al PNRR.

 

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Il mercato petrolifero resta esposto a un rischio di scarsità che, pur ridimensionato rispetto ai mesi più difficili, non può ancora dirsi superato. I dati relativi al periodo tra marzo e maggio 2026 evidenziano un brusco calo della produzione mondiale, scesa da 107,3 a 93,7 milioni di barili al giorno. La contrazione si concentra nei Paesi del Golfo, dove la prolungata limitazione dei transiti nello Stretto di Hormuz, unita ai limiti della capacità di stoccaggio e ai danni subiti da alcune infrastrutture, ha costretto alla chiusura di numerosi impianti.

Secondo le stime della EIA, la ripresa della produzione sarà graduale e solo parziale. Anche dopo una riapertura stabile dello Stretto, prevista nel terzo trimestre, servirà tempo per smaltire l’accumulo di petroliere e riportare a pieno regime gli impianti. Nel frattempo, la produzione al di fuori del Golfo è destinata a crescere, soprattutto grazie allo shale oil (petrolio ricavato dalle rocce argillose) statunitense, favorito dai prezzi elevati degli ultimi mesi. Questo aumento dovrebbe contribuire a contenere le quotazioni del greggio e limitare gli effetti inflazionistici sulle economie occidentali.

Nel breve e medio termine, tuttavia, l’offerta resterà inferiore alla domanda globale. Lo scenario elaborato dalla EIA (United States Energy Information Administration) prevede dieci mesi di forte riduzione delle scorte, nonostante un rallentamento della domanda determinato dall’aumento dei prezzi e dalle misure restrittive adottate in Asia.

Gli effetti saranno diversi a seconda delle aree geografiche. Gli Stati Uniti, forti della propria produzione e delle esportazioni di prodotti raffinati, dovrebbero risentire in misura contenuta di eventuali tensioni. Più vulnerabili risultano invece Unione Europea, Cina e Giappone, fortemente dipendenti dalle importazioni di petrolio provenienti dal Golfo.

Un elemento rassicurante  è rappresentato dalle consistenti scorte commerciali accumulate nel 2025 e dalle riserve strategiche disponibili nei Paesi occidentali. Resta però un passaggio delicato: l’estate 2026 sarà il periodo più critico e, se le limitazioni a Hormuz dovessero protrarsi, non si può escludere il ricorso a misure restrittive sui consumi per evitare carenze di petrolio, con possibili ripercussioni soprattutto sui trasporti, principale settore di utilizzo dei prodotti petroliferi.

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Photo credit: Freepic

Fonte: Centro Studi Confindustria

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