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Ponti: le sfide del 2026, tra dazi, consumi in calo e clima. Contiamo sul valore e la qualità del made in Italy
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Giacomo Ponti, Presidente di Federvini, ha fornito al quotidiano La Stampa un’analisi articolata sui temi dei dazi, dell’andamento dei consumi interni, delle relazioni con l’Unione europea e delle sfide poste dai cambiamenti climatici. Qui di seguito il testo dell'intervista.
Ponti, che anno sarà?
«Non con il vento in poppa. Incerto, quindi anche stimolante. Ma direi che ormai siamo abituati. Dalla nostra, e parlo di made in Italy, possiamo sempre contare sul valore della qualità».
Crede che gli Usa faranno un passo indietro rispetto all'imposta del 15% in vigore da agosto?
«Diplomazia e governo sono impegnati su questo fronte. Speriamo di ottenere esenzioni soprattutto sulle tipicità a indicazione geografica, che per legge non si possono produrre al di fuori del territorio d'origine. Se lo scopo dei dazi è favorire il ritorno negli Usa delle attività aziendali, che senso ha appesantire produzioni straniere in ogni caso impossibili da replicare?».
Quanto sta incidendo la politica americana anti importazioni?
«Gli effetti negativi saranno sempre più evidenti. Finora, almeno per una parte delle categorie, sono stati mitigati dalle scorte preventive. Rispetto agli inizi del 2025 però c'è quantomeno un punto fermo relativo alla percentuale fissata. Un'ulteriore incognita è però legata al cambio euro-dollaro: in 12 mesi da 1,03 è salito a 1,17, e c'è chi ipotizza che supererà la quota di 1,20. In sostanza è un altro dazio».
Come andranno invece i consumi interni?
«Il mercato italiano non brilla. Anche se il valore complessivo della somma degli scontrini è stabile, se non addirittura in crescita, quello medio si sta abbassando. Ciò significa che i consumatori acquistano il necessario e puntano sulle promozioni, infatti anche il comparto dei discount si sta sviluppando. Cresce la raccolta del risparmio, però si ha meno propensione a spendere: sono segnali di scarsa fiducia verso il futuro, ma d'altronde la nostra economia cresce poco e in Germania e in Francia è in recessione».
Poi sul settore c'è sempre anche l'incognita sui cambiamenti climatici...
«Tutt'altro che da sottovalutare. Impatta sui volumi di raccolto, e di conseguenza sui prezzi delle materie prime».
Come reagisce una grande azienda agroalimentare?
«Continuando a investire in ricerca e sviluppo, ma ponderando ogni scelta con estrema attenzione. I prodotti su cui non si individua il giusto posizionamento vengono scartati con più facilità perché anche gli stessi distributori investono con maggiore prudenza. Eppure l'export continua a essere trainante, riconoscendo la qualità. Dobbiamo essere orgogliosi delle nostre produzioni».
Il mondo dell'agricoltura sostiene però che l'Europa non fa abbastanza per tutelare le tipicità. Cosa pensa l'industria della trasformazione?
«Che è un discorso molto complicato e dipende dai meccanismi di governo dell'Ue, spesso lontani dalle esigenze dei singoli. Il sistema decisionale è macchinoso e si basa sul peso politico di Stati e alleanze. E ovvio che gli interessi della fascia mediterranea sono diversi dall'area Nord, ma purtroppo con questa impostazione di governance diventa difficile mettere d'accordo tutti. Certo è che la nuova Pac sarà cruciale».
Source: La Stampa
