«Nel lontano 1977, i nostri primi viticoltori ed enologi si riunirono e dissero, in sostanza: “Poniamoci standard più elevati rispetto a quelli richiesti da Washington, D.C.” Quegli standard sono stati poi adottati da quella che oggi è l’Oregon Liquor and Cannabis Commission», ha raccontato Morgen McLaughlin, direttore esecutivo della Willamette Valley Wineries Association a The Drinks Business.
Riferendosi alla serie di rigide norme applicate in tutto l’Oregon, che vanno ben oltre i requisiti federali, McLaughlin ricorda quanto fosse stata una mossa «audace», dato che all’epoca l’Oregon era «una regione vinicola sconosciuta e non ancora affermata».
Allora come oggi, se un produttore di vino dell’Oregon vuole apporre su una bottiglia un’etichetta monovitigno (Pinot Nero, Chardonnay, Pinot Grigio ecc.), quel vino deve contenere almeno il 90% di quella varietà, rispetto al requisito federale che prevede solo il 75%.
Esistono alcune eccezioni alla regola, in particolare una manciata di “varietà da assemblaggio”, tra cui Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah, Grenache e Tempranillo, che seguono la norma nazionale del 75%, ma nel complesso la provenienza dell’Oregon è ineccepibile.
«I nostri pionieri capirono istintivamente che avremmo dovuto guadagnarci la nostra reputazione attraverso la qualità e l’integrità, e che il modo più efficace per farlo era garantire un legame reale e onesto tra il vitigno indicato sull’etichetta, il luogo indicato sull’etichetta e il contenuto della bottiglia», ha affermato McLaughlin.
«L’Oregon non avrebbe mai potuto competere sul prezzo, e non credo che dovremmo nemmeno provarci. Vinciamo grazie alla qualità, all’unicità, alla fiducia e a un legame autentico con il territorio. La tutela dei termini “Oregon” e “Willamette Valley”, così come quella del nome della varietà riportato sull’etichetta, è fondamentale per questa strategia».
«A titolo di confronto, a Napa e nello Stato di Washington, che seguono entrambi lo standard federale del 75%, molti singoli produttori scelgono volontariamente di superare tale soglia, ma non sono tenuti a farlo», ha spiegato McLaughlin. Ciò significa che un vino di Napa o dello Stato di Washington etichettato come monovitigno potrebbe legalmente contenere fino al 25% di un’altra varietà.
Inoltre, l’Oregon si spinge ancora oltre, insistendo affinché il 95% delle uve utilizzate in qualsiasi vino provenga dall’AVA dell’Oregon. Anche in questo caso, la regione supera di gran lunga i requisiti minimi. «Lo standard federale è dell’85%», ha affermato «Mettendo tutto insieme, direi che abbiamo creato uno dei sistemi più trasparenti e legati al territorio tra tutte le regioni vinicole del mondo».
È vero che prendere una posizione così netta comporta inevitabilmente alcuni svantaggi, specialmente quando si tratta di annate più impegnative.
«Può limitare un po’ la flessibilità», ha ammesso McLoughlin. «Secondo lo standard federale, un enologo può aggiungere fino al 25% di altre varietà per il colore, il corpo, il frutto, la struttura, a seconda delle esigenze dell’annata. Qui, un Pinot Nero dell’Oregon può arrivare solo al 10%».
Tuttavia, ha insistito, «i nostri enologi non sono limitati. Possono attingere da più vigneti all’interno della denominazione o commercializzare un blend esclusivo invece di definirlo monovitigno. C’è sempre una soluzione».
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